“L’Accademia della Bufala: Il Re Nasone” di Carlo Vitali

Gente tanto sciocca: sproloqui di critici nazionalisti

di Luca Bianchini

Alfred Einstein pensa che Pergolesi sia un musicista “malaticcio zoppo negroide napoletano” [cfr. Sul Pergolesi negroide di Alfred Einstein di Carlo Vitali]. Dei mozartiani non è il primo a disprezzare Napoli. Nel suo libro biografico Einstein cita Mozart dopo aver scritto che egli “fin da principio giudicò gli uomini con particolare acutezza” e non solo, abituato com’era ad osservare “da dietro le scene”.

“Il re è stato rozzamente educato alla napoletana” Einstein ci tiene a sottolinearlo, senza aggiungere chiarimenti, sicchè il lettore è convinto che il pensiero di Wolfgang “artista non di questa terra” (secondo lui) sia solo irriverente, mica razzista.

Einstein scrive laconicamente che il re di Napoli è “un burattino”, e a (s)proprosito di Napoli cita Leopold Mozart: Vorrei “che il popolo non fosse così empio”, “certa gente non s’immagina nemmeno lontanamente di essere tanto sciocca”. E non se l’immagina neppure la musicologia tedesca.

 

Sotto il Regno di Ferdinando furono portati a compimento alcuni progetti iniziati dal padre, come gli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano, la fabbricazione delle Porcellane di Capodimonte e la Reggia di Caserta capolavoro di Luigi Vanvitelli. Ferdinando fece costruire il teatro dell’opera buffa che prese il suo nome (quello dell’opera seria ebbe il nome del padre). Istituì il centro di selezione equina di Serre, fondò la manifattura di San Leucio per la produzione della seta. Il primato di Napoli fu l’industria tessile con macchinari all’avanguardia per l’epoca. Il borgo attorno alla sede di produzione, dava lavoro a migliaia di persone.

Del viaggio a Napoli e dei contenuti razzisti abbiamo scritto in dettaglio nel libro Mozart la caduta degli dei.

Risposta di Carlo Vitali

Ed ecco che Luca Bianchini va a rovistare nei siti neo-borbonici per accusare di “rassismo” Mozart padre e figlio, i quali viceversa descrivono Ferdinando IV di Borbone (alias il Re Nasone, o il Re Lazzarone) nei medesimi termini attestati da un’ampia letteratura antica e moderna. Ma come? Nel Rotolone Primo (p. 22, sgg) i Sondrioti si buttavano ridevolmente a riscrivere in chiave risorgimentale la storia del melodramma italiano da Cimarosa a Bellini e da Donizetti a Verdi, giacché: “Non per nulla le Società carbonare italiane […] nacquero presso i teatri e i Conservatori di musica. Era là che si cercava eroicamente di salvaguardare la cultura italiana dai soprusi degli Asburgo e dei Borbone”. Allora si mettano d’accordo con se stessi. Questo Ferdinando di Borbone, che regnò su Napoli (con interruzioni) dal 1759 al 1825, chi era in realtà? Un illuministico benefattore del popolo o un tanghero pressoché analfabeta, come altri che non si vogliono nominare per pietà cristiana? Alcuni campioni:

Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 46 (1996)

di Silvio De Maio

FERDINANDO I di Borbone, re delle Due Sicilie (già IV re di Napoli e III re di Sicilia).

Del tutto insufficiente fu invece l’educazione umanistica e scientifica, sia per la scarsezza delle nozioni e delle discipline affrontate, sia perché non vi ebbero molto spazio momenti di conoscenza e riflessione sulla conduzione dello Stato, sul ruolo che vi doveva ricoprire un sovrano e sulle condizioni e sulla storia del Regno meridionale. L’impostazione pedagogica del San Nicandro finì per forgiare negativamente l’indole di F., che a detta del Tanucci era bonaria e facilmente malleabile; il suo carattere acquisì allora i tratti di rusticità e volgarità che si riveleranno ricorrenti e daranno spunto alla ricca aneddotica fiorita attorno allo stereotipo del “re lazzarone”.

Relazione di Giuseppe II alla madre Maria Teresa (1769)

Ha grosse braccia, grossi polsi e grosse mani sempre sudice. La testa è piccola con una selva di capelli color caffè, che non incipria mai. Il naso via via che si distacca dalla fronte, si gonfia in una palla, fino alla bocca larghissima e col labbro inferiore molto sporgente. Per quanto brutto, non è del tutto repulsivo. Sta quasi sempre vestito nel suo costume di caccia con un cappello tirato giù da ogni parte, un giaccone di pelo grigio con le tasche che scendono fino a mezza gamba, calzoni e panciotto di cuoio e un coltello lungo come una baionetta”.

[Ferdinando andava a letto con la spada perché aveva paura del buio e non voleva mai restar solo. L’imperatore raccontò alla madre che uno degli spassi preferiti del re era quello di assestare tremendi pizzichi nel sedere alle dame di corte, d’introdurre topi vivi nei loro scolli e di riempire di gelati e marmellata le tasche dei loro mariti].

Una sera che la regina cantava al clavicembalo egli ci pregò di fargli compagnia mentre stava seduto sul vaso. Facemmo conversazione per più di mezz’ora e io pensavo ch’egli sarebbe rimasto seduto lì, coi pantaloni calati, Dio sa per quanto…non mancò di darci i dettagli dell’operazione, anzi voleva perfino mostrarcene i frutti.

Pietro Colletta, Storia del reame di Napoli (1834), passim:

Fanciullo, non soffriva conversare co’ sapienti, e fatto adulto, ne vergognava. […] Coll’andare degli anni avanzava il gusto incivile del re; e adulto appena (a sedici anni) divenuto libero sovrano di ricca e grande monarchia, sperdeva il tempo ne’ piaceri della giovinezza e del comando tra giovani, come lui, atleti e ignoranti. L’attitudine a quegli esercizi, la forza, il viver dissipato, i gusti plebei, divennero ambizioni de’ soggetti, e tanto più de’ nobili, compagni al re o da lui ammirati nella corte. […]

Più volte all’anno, dopo la pesca ne’ laghi di Patria e del Fusàro, il re vendeva il pesce serbando pratiche, aspetto ed avarizia di pescivendolo. Le malattie o le morti nella famiglia, le guerre infelici, le sventure di regno, la perdita di una corona, nol distoglievano dalla caccia né da’ giuochi villani, siccome andrò narrando nel corso della Istoria. I quali esercizi, e la conseguente stanchezza, e l’ozio, e ‘l molto cibo, e il sonno prolungato, riempiendo tutte le ore del giorno, toglievano il tempo a coltivare la mente o a governare lo Stato. Non mai per vaghezza di studi o per pubblici negozi leggeva libro o scrittura; e come nella minorità la Reggenza guidava il regno, così quando ei fu libero lo guidavano i ministri o la moglie. Apportandogli tedio sottoscrivere del suo nome gli atti d’impero, li faceva in sua presenza segnare con sigillo e stampa che gelosamente custodiva. Impaziente alle funzioni della mente, fastidiva i consigli di Stato: raro li chiamava, presto li discioglieva: vietando i calamai per ischivare la tardità dello scrivere.

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